Emilia Romagna e spreco alimentare: 83mila quintali di frutta e verdura persi

Emilia Romagna e spreco alimentare: 83mila quintali di frutta e verdura persi

Nel 2015 in Emilia Romagna sono rimasti sui campi quasi 83.500 quintali di frutta e verdura, un residuo talvolta fisiologico ma che potrebbe sfamare 45mila persone per un anno intero (considerando un consumo medio pro capite di mezzo chilo di prodotti al giorno).
Una cifra che, sommata a quella dei cereali non raccolti, sale a oltre 92mila quintali di cibo sprecato in regione a monte della filiera agroalimentare.

Sono gli ultimi dati disponibili (elaborazione Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-alimentari Università di Bologna su dati ISTAT) diffusi dal presidente CAAB Andrea Segrè, nell’ambito del convegno “Nulla di troppo Q.B., Agroalimentare, Alimentazione ed Etica”, che anticipa la Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre e che si è tenuto questa mattina a Bologna nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio.
L’incontro ha inaugurato le attività della Commissione Agroalimentare del Rotary Distretto 2072 dell’Emilia Romagna, e ha affrontato il tema dello spreco alimentare a 360 gradi, analizzandone i risvolti economici, sociali e ambientali, ma anche i riflessi sulla salute e le implicazioni etiche, con l’obiettivo di promuovere una cultura della sostenibilità e della “morigeratezza” - del “quanto basta”, appunto - per proteggere il pianeta. Il convegno, aperto dai saluti di Angelo Benedetti, presidente della Commissione Agroalimentare, e di Maurizio Marcialis, governatore Rotary Distretto 2072, si inserisce all’interno di “Bologna Award 2017”, le giornate del Cibo e della Sostenibilità promosse da CAAB, Centro Agroalimentare di Bologna, insieme a Fondazione FICO, Fabbrica Italiana Contadina, del 14 e 15 ottobre a Bologna.
“A fronte di uno spreco nei campi che nel 2015, a livello nazionale, si attestava attorno al 3,5% rispetto al totale della produzione, l’Emilia Romagna con il suo 0,13% resta una regione virtuosa”, ha detto ancora Andrea Segrè. Secondo la Fao, ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, equivalenti a un terzo della produzione mondiale, si trasformano in rifiuti. Uno spreco che in cifre vale 750 miliardi di dollari, pari all’intero Pil della Svizzera.
“Il costo annuo nei Paesi UE è quantificabile in 143 miliardi di euro: ciascun cittadino spreca ogni anno 173 chilogrammi di cibo. I 28 Stati dell’Ue producono ben 88 milioni di tonnellate di spreco alimentare ogni anno, e non stupisce che il soggetto maggiormente responsabile degli sprechi siano le famiglie, con 47 milioni di tonnellate, vale a dire il 70% dello spreco alimentare complessivo (dati Fusions-Last Minute Market/Unibo)”, ha aggiunto Segré, “Ogni mese le famiglie italiane spendono 30 euro per beni alimentari che non finiranno mai sulla tavola. Per misurare lo spreco reale, e non solo percepito, da novembre 2017 partirà il primo monitoraggio scientifico dei nostri “Diari di famiglia” Waste Watcher: misurazioni scientifiche realizzate con Università di Bologna e Swg attraverso annotazioni dettagliatissime di gruppi di famiglie in tutta Italia, con valenza statistica. E anche attraverso il 'waste sorting', ovvero il controllo incrociato fra quanto scrivono e quanto gettano nella loro spazzatura. Sarà una grande svolta per l'accertamento dello spreco nel nostro Paese, anche come esempio per altri Paesi europei”.
“In Italia quasi un milione di persone si dichiarano vegane, più di cinque vegetariani e un consumatore su tre è intervenuto nelle sue abitudini alimentari per ridurre il consumo di carne”, ha detto Roberto della Casa, docente di Marketing dei prodotti agroalimentari dell’Università di Bologna (sede di Forlì). “Nel corso del 2016 l’acquisto di carne è calato del 2,3% a favore del pesce che ha segnato un +4,8% (Fonte Nielsen Total Store”. Se, parafrasando Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo", il momento conclusivo di un ciclo che è iniziato con la semina, “gli italiani si orientano oggi verso una crescente ricerca della qualità. Prodotti tradizionalmente considerati “poveri” come pane, pasta o mortadella sono diventati oggi anche eccellenze, mentre tra i grandi assenti del “lusso accessibile”, alla portata di tutti, ci sono ancora i prodotti freschi, frutta e verdura in testa, relegati dalla crisi economica e dalla competizione orizzontale fra le catene della distribuzione allo 0,99 al pezzo o al kilo, a seconda dei prodotti. Solo se i produttori sapranno fare rete e adottare una visione comune potrà aprirsi, anche per l’ortofrutta, una nuova era di riqualificazione” ha concluso.
E proprio frutta e ortaggi freschi hanno conosciuto, nel primo semestre del 2017, una crescita dei consumi, rispettivamente del 5,5% e del 6,2% (dati CSO-EURISKO). “La riscoperta delle virtù salutistiche e il nuovo approccio alla spesa più consapevole determinano i tratti di un consumatore attento al proprio «stare bene» ma anche determinato a non sprecare più del fisiologico”, ha detto Claudio Mazzini, Responsabile Settore Freschissimi di Coop Italia. “I consumatori adottano sempre più delle strategie di difesa contro lo spreco: preferiscono spendere meno ma fare la spesa più frequentemente, prediligono prodotti preconfezionati e l’acquisto di confezioni medio-piccole”.
Ma alimentazione fa anche rima con salute. Una dieta corretta è infatti un valido strumento di prevenzione di molte malattie e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono quasi tre milioni le vite che si potrebbero salvare ogni anno nel mondo grazie a un consumo sufficiente di frutta e verdura fresca. “L’assunzione di cibo non deve ridursi ad atti compulsivi che non giovano né alla salute né al mercato”, ha detto Mario Baraldi, presidente della Fondazione Mario Baraldi e professore emerito di Farmacologia all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia Mario Baraldi per le Scienze Onlus. “‘Il cibo sia la tua medicina’ diceva Ippocrate, e questo è ancora più vero oggi, era di slow food, healthy food e functional food che fanno da contraltare a fast food e trash food. La ricerca, in questo senso, offre nuove opportunità, come la possibilità di ottenere dagli scarti alimentari i cosiddetti nutraceutici, sostanze nutritive e al contempo terapeutiche. Tre semplici consigli: mangiare poco, mangiare di tutto e fare moto”.
A proposito di sport e del suo rapporto con l’alimentazione è intervenuto anche Davide Cassani, commissario tecnico della nazionale di ciclismo professionisti, che ha raccontato com’è cambiata, nel tempo, la dieta di chi corre in sella. “Nella mia vita ho percorso 800mila km, vuol dire 1100 giorni in bicicletta, sono quasi 3 anni ininterrotti. Ho consumato in tutto 13 milioni di calorie. Non ho messo su neanche un kg, vuol dire che le ho consumate bene. Ho sempre avuto una certa educazione per l’alimentazione perché per andare in bici bisogna sempre mangiare bene. Negli anni Trenta in sella si consumavano molte proteine, si arrivava a mangiare fino a 35 uova in una tappa del giro d’Italia, lasciando da parte l’albume per prendere il tuorlo, l’esatto contrario di quel che si fa oggi. Ai tempi di Fausto Coppi, si pensava ancora che fosse la bistecca a far ‘buon sangue”, poi, negli anni Sessanta, è stata la vota dei carboidrati e sulle tavole dei corridori sono apparsi i piatti di pasta, a sostituire le vecchie zollette di zucchero.
Oggi si cerca un equilibrio tra proteine, grassi e carboidrati, c’è una grande evoluzione e forse non siamo giunti a un punto finale. Da un lato i miei genitori, che erano dei contadini e alla domenica si pranzava con pasta e minestra e petto di pollo, dall’altro lo sport con le sue regole mi hanno tramandato un’educazione alimentare rigorosa: oggi cerco di mettere nel piatto quel che mi serve per stare in salute e provo a trasmettere questo insegnamento anche ai miei figli e ai ragazzi che alleno. Lo sport fa bene e l’alimentazione deve essere fatta nel modo corretto”.
Ad ampliare il raggio all’etica dell’alimentazione è stato Claudio Ubaldo Cortoni, bibliotecario e archivista della Comunità monastica di Camaldoli e docente di Storia della teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, con una riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura, spesso improntato allo sfruttamento, a partire dall’Enciclica Laudato Sì di papa Francesco: “L’umanità è chiamata a conciliarsi con la creazione attraverso nuovi modi del prendersi cura. Dobbiamo riscoprire un’umanità-giardiniere (integrata nella creazione), cioè capace di passare da logiche del dominio a quelle del prendersi cura, una forma ancora disattesa di solidarietà tra viventi, all’interno della quale l’umanità sarà capace di misure di protezione (Deuteronomio 24,5-22), e cioè uno scambio sostenibile di risorse tra viventi per la vita”.
“Viviamo in un presente che ci pone di fronte a contraddizioni enormi, lontane anni luce dall’umana ragionevolezza”, ha detto infine Angelo Benedetti, presidente della Commissione Agroalimentare del Rotary Distretto 2072 dell’Emilia Romagna e presidente di Unitec Spa, “È un dovere morale alzare il livello di consapevolezza delle persone sul valore del cibo, mettendo in luce quale sia il reale costo di abusi, eccessi e sprechi. Non possiamo prescindere da questo tipo di analisi se vogliamo prefigurare un futuro più consapevole e responsabile”.
“L’ agroalimentare in Emilia Romagna è una delle forze economiche del nostro territorio e il Rotary non può che sottolineare l’importanza di questi settore. È necessario portare l’attenzione sulla necessità di ridurre gli sprechi”, ha detto Maurizio Marcialis, governatore Rotary Distretto 2072.
Al convegno è seguita una tavola rotonda che ha ulteriormente approfondito il tema dello spreco nell’agroalimentare moderata dal giornalista del Resto del Carlino, Simone Arminio.

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